Da utenti a creatori

La proliferazione delle foto e dei video generati da AI sta divertendo tutti noi, e molte questioni si pongono, al di là del divertimento che proviamo.

Al primo punto c’è naturalmente la preoccupazione sulla riconoscibilità di questi artefatti. E’ una questione di grande rilevanza, perchè la diffusione di foto o video generati da AI è funzionale alla disinformazione, condotta da attori statali o proxy. La disinformazione sul web utilizza oggi ampiamente questi strumenti, e ne abbiamo esempi ogni giorno. Il tema è tanto importante che la regolamentazione europea sull’AI (AI Act) lo ha regolamentato, nell’Art. 50 sulla Trasparenza. Purtroppo questa normativa vale solo per i cittadini dell’Unione, anche se molti altri paesi stanno seguendo il nostro esempio.

Una delle più famose immagini Fake create con AI

Lasciando da parte questa questione, che impatta su temi di carattere normativo e sociale, il tema che interessa noi produttori di contenuti, è invece è quello della creatività e dell’attribuzione di un’opera, una foto ad esempio. I prodotti di AI ci consentono di creare una foto, o un video, solo basandoci su una descrizione testuale (“prompt”) o anche partendo da una o più foto di riferimento, che completiamo poi con le indicazioni dettagliate del prompt.

Il risultato, a volte scadente, ma altre davvero eccezionale, a seconda del prodotto utilizzato, è una creazione complessa, che non possiamo attribuire a noi, ma neanche all’AI. Si tratta del nuovo modo di utilizzare i modelli generativi, non solo foto o video, ma anche testo. Molti degli articoli, e anche interi libri, che vedete in giro, sul mercato, sui giornali e sul web, sono stati prodotti utilizzando gli LLM (GPT, Gemini, Claude, ecc.).

Questo nuovo modo di lavorare implica una collaborazione, tra il creatore umano e il creatore artificiale. L’AI non genera da solo quel prodotto, non saprebbe cosa fare, ma segue le indicazioni che gli diamo noi attraverso i prompt o anche usando delle nostre foto come riferimento. Spesso questo processo richiede ore di lavoro, quindi è effettivamente un lavoro fatto da noi umani, e dai nostri “team-mate” artificiali.

Immagine di una ragazza generata a partire da un Avatar

E’ meglio? E’ peggio? No, è diverso. Quando cominciammo a riprendere paesaggi e persone utilizzando le macchine fotografiche, ci ponemmo il problema se fossero meglio le foto che stavamo scattando o i quadri, creati dai grandi paesaggisti? E che dire della scrittura, che fu criticata addirittura da Platone (intorno al 370 a.C.), nella sua opera “Fedro” ? Platone sosteneva che la parola scritta avrebbe indebolito la nostra memoria, ci avrebbe reso pigri, impedendo ai giovani di apprendere. Non solo, ma Platone sosteneva che si sarebbe creata l’illusione della conoscenza solo leggendo le cose, senza approfondirle. Sembra di leggere argomenti di pressante attualità, sollevati dall’utilizzo degli LLM, i modelli di AI Generativa del linguaggio. Tanto che è stata creata, da ricercatori italiani, una nuova parola per definire questo effetto: “Epistemia“. Un termine che ha fatto il giro del mondo.

Tornando all’utilizzo dei prodotti di AI generativa per i contenuti, si tratta semplicemente dell’avanzamento della scienza, e della tecnologia che l’accompagna, che mette a nostra disposizione strumenti sempre nuovi, in particolare negli ultimi anni. E noi siamo costretti oggi a rincorrere il progresso, che ha assunto una velocità evolutiva esponenziale, per capire prima, e per usare poi, la nostra cassetta degli attrezzi, che si riempie continuamente di nuovi strumenti, che siano la scrittura, la stampa, la macchina fotografica, o l’Intelligenza artificiale.

Quindi, in conclusione, le opere che creiamo noi utilizzando i modelli generativi di Intelligenza Artificiale sono sempre creati da noi, col nostro pensiero soprattutto, la nostra idea che vogliamo realizzare, ma anche con questi nuovi strumenti che abbiamo a disposizione. Come sempre è successo nella storia, del resto…

Un saluto a tutti.

L’intossicazione digitale

La digitalizzazione della nostra società avanza ormai ad un ritmo esponenziale, e tutte le nostre attività quotidiane si vanno a svolgere, sempre di più, sulla rete internet. Si tratti di utilizzare servizi, di acquistare prodotti, o di informarci su quello che avviene nel mondo, ormai tutto si svolge online, e tutti i processi sociali e delle diverse organizzazioni si sono spostati sulla rete, con un incremento enorme di efficienza e di disponibilità per tutti.

Questo enorme e veloce progresso è accompagnato anche da diversi aspetti negativi, che stanno impoverendo la nostra cultura, le nostre capacità di discernimento e di analisi dei fatti. E non parlo solo della disinformazione e del proliferare delle fake news, parlo proprio di abbassamento del livello culturale delle persone, come effetto perverso della superficialità e della frugalità con cui si accede alle informazioni e alla cultura in generale, utilizzando ormai prevalentemente la rete.

E’ del mese scorso la pubblicazione del rapporto OCSE sugli skills degli adulti, nei vari paesi del mondo, e il risultato dell’indagine è scoraggiante, addirittura disastroso per quanto riguarda l’Italia. Il rapporto è intitolato “Hanno gli adulti le competenze necessarie per vivere in un mondo che cambia?” (https://www.oecd.org/en/publications/do-adults-have-the-skills-they-need-to-thrive-in-a-changing-world_b263dc5d-en.html). Dal rapporto risulta che un quarto degli adulti non è in grado di comprendere un testo semplice, o anche di eseguire dei semplici calcoli. In Italia la percentuale è enormemente superiore, arrivando al 45,6 % di “low performers”. Al contrario, quelli che hanno un alto tasso di alfabetizzazione sono, nella media dei paesi OCSE, del 11,6 %, mentre in Italia sono solo il 5,4 %.

C’è da chiedersi, nel panorama disarmante complessivo, perchè l’Italia si colloca agli ultimi livelli della classifica. Questo dato negativo, purtroppo, da solo non basta a spiegare questa regressione, va anche letto insieme al basso tasso di laureati (20% in Italia, contro il 40% in Europa, la metà), alla stagnazione più che ventennale della produttività, al basso livello dei salari, con stipendi al limite della sopravvivenza, e alla carenza di strutture e di servizi nelle aree meno protette del paese e in vasti strati della popolazione. E poi ci si interroga sul perchè i giovani scappano all’estero, sul basso livello delle nascite, e sul progressivo invecchiamento della popolazione.

Mettiamo da parte i discorsi politici, non è questa la sede perchè meriterebbero una diversa attenzione, e concentriamoci sugli effetti perversi della rete. L’accesso a fonti di informazioni superficiali e poco attendibili pervade ormai la nostra quotidianità, e l’obiettivo delle grandi piattaforme social non è certo quello di promuovere una informazione chiara e affidabile, ma di prolungare la permanenza in rete, propinandoci pubblicità di ogni tipo, che consente loro di accumulare enormi guadagni, pagando, tra l’altro, pochissime tasse, basando le proprie sedi in paesi dalla tassazione molto favorevole. Un ulteriore elemento che fa riflettere è la decisione di Meta di questi ultimi giorni di non utilizzare più servizi di “fact checking“, ma di affidarsi alle comunità dei social per controllare le notizie. Se non fosse grave, ci sarebbe da morire dal ridere. Non che quei servizi funzionassero bene, intendiamoci, ma erano comunque un piccolo elemento di controllo, in una giugla incontrollata.

La responsabilità di informarsi da fonti attendibili, e di formarsi culturalmente, è in capo alle singole persone, ad ognuno di noi. Nessun meccanismo, o ente, o gruppo di studio, può proteggerci da noi stessi. Dobbiamo assumere un approccio responsabile che ci guidi nelle scelte, evitando un ulteriore aumento dell’avvelenamento da Internet.

La chiave di tutto è la Selezione e l’Approfondimento. Se ci interessa qualcosa, dobbiamo andare a leggere le fonti attendibili, imparare ad usare produttivamente i motori di ricerca, a selezionare le fonti che sono accreditate dalla comunità scientifica e dell’informazione più professionale. Il resto tocca a noi, e per esercitare la nostra responsabilità dobbiamo leggere, cercare i libri adatti, fermarci a riflettere sulle cose che accadono.

I libri sono una fonte primaria di informazione, perchè ci consentono un approfondimento ragionato sulle questioni che ci interessano, e ci mettono a disposizione la competenza di chi ha studiato a fondo un certo problema e ne ha pubblicato i risultati, che sono stati poi vagliati e discussi dalla critica e dalla comunità scientifica internazionale. Limitiamo il tempo in rete e aumentiamo il tempo di lettura in sostanza.

La questione dell’informazione è più complessa, perchè si tende a cercare l’informazione “affine”, quella che convalida le nostre convinzioni, spesso sbagliate, e che si avvicina maggiormante ai nostri gusti politici. Il suggerimento classico è quello di selezionare non solo le fonti ritenute professionalmente attendibili, ma aquelle che esprimono pareri diversi dai nostri, per confrontarci e metterci in discussione, evitando bias culturali di cui ognuno di noi è vittima.

E’ un modo complesso di vivere la rete? No, è un modo ragionato e consapevole, perchè tra un pò saremo ridotti a non poter neanche leggere, per evidente incapacità di comprendere il senso di quello che leggiamo. E siamo già al 46,6 % in Italia di “analfabeti funzionali”.

Un saluto.